|
|
|
Da quanti anni si favoleggia del ritrovamento del quarzo ametista a Traversella! Molte storie, molte verità, racconti certi o per sentito dire da chi c'era … Ma cosa accadde in quella mitica notte del 1959? Ho cercato per anni di conoscere gli ultimi testimoni di quel ritrovamento ed ho ascoltato versioni che dapprima mi sembravano diverse, ma che si sono rivelati solamente momenti diversi della medesima storia, fino a permettermi di ricostruire fedelmente la vera storia del ritrovamento. Anche se, con l'avanzare dei lavori, molti hanno lavorato il geode, i veri scopritori di quel tesoro furono minatori di una squadra composta da Isidoro Giachetto, da un bresciano di nome Pogna e dall'aiutante Camillo Rizzi, abruzzese, il primo ad aver materialmente toccato i cristalli. ![]() Si era tra il maggio e il giugno del 1959, un turno di notte, dalle ore 16.00 a mezzanotte. Il caposquadra, Edoardo Rey, era assente per essere stato ferito ad un occhio da una scheggia di pietra ed era sostituito da Giuseppe Alfredo Grosso, detto Fredo, il sorvegliante del turno. I lavori si stavano svolgendo nella 3a Massa Ferriere, tra il livello 826 Mongenet e il livello 860 Bertolino, ad una quota di circa 835 metri, e si stava scavando una serie di sette magazzini. Proprio tra il primo e il secondo magazzino la squadra, quella notte, stava aprendo una finestra. Fredo, il capo sorvegliante, va per controllare i lavori Si aspetta di vedere i due minatori e l'aiutante intento a fare luce, ma trova solamente i due minatori. «Dov'è Rizzi?», chiede, e da un buco a sinistra della finestra, per terra, una voce risponde: «Venga a vedere capo, ci sono i cristalli!». «Altro che cristalli, vieni a lavorare.» risponde Fredo. Così il geode, zeppo di quei cristalli che sarebbero poi diventati un pezzo della storia di Traversella, fu abbandonato. Da quel momento, con l'avanzare dei lavori di svuotamento dei magazzini, il geode rimase a far parte di un pilastro di sostegno che però, dopo alcuni anni, franò con tutto quel che era rimasto del suo prezioso contenuto. olti hanno cercato il punto preciso dove esisteva il geode, con risultati però assai scarsi e tante furono le dicerie e le leggende che si intrecciarono. Durante lo svuotamento dei magazzini furono trovati, tra le macerie e nei carrelli, vari cristalli sciolti di ametista. Un grosso cristallo, ad esempio, particolarmente pregevole per la presenza di una bolla d'aria interna, venne alla luce proprio in questo modo, tra una palata e l'altra della ruspa ad aria compressa. Sotto la direzione dell'Ing. Bonino si cercò ancora aprendo un fornello dal livello 826 Mongenet per raggiungere il fondo del geode, ma lo scavo sbucò, invece che sotto il pilastro, in mezzo alle macerie. Nessuno può riuscire ad immaginare la quantità, la qualità e le dimensioni dei campioni andati persi o distrutti. Tutti quelli che li hanno visti concordano nel ricordare la bellezza dei cristalli viola, immersi in una pasta pulverulenta argilloso-cloritica e accompagnati talvolta da una mesitina così tagliente che per estrarli occorreva proteggersi le mani con il berretto di lana a mò di guanto. La maggior parte dei cristalli di ametista era biterminata e alcuni contenevano delle bolle d'aria all'interno. Anche se molti vennero distrutti nell'avanzare dei lavori, i pochi esemplari che sono stati salvati sono molto più che semplici campioni mineralogici: si tratta, senza paura di esprimere campanilismi, di una delle più belle varietà di quarzo ametista note al mondo per le eccezionali dimensioni dei cristalli e l'intensità del colore. |




